“Kino” by Haruki Murakami – Italian translation

Kino

L’uomo si sedeva sempre allo stesso posto, lungo il bancone, sullo sgabello più lontano. Quando non era occupato, s’intende, ma era quasi sempre libero. Il bar era raramente affollato, e quel posto in particolare era quello che dava meno nell’occhio e anche il più scomodo. Dietro c’era una scalinata che rendeva il soffitto inclinato e basso, perciò era difficile stare lì in piedi senza sbatter la testa. L’uomo era alto, eppure, per qualche motivo, preferiva proprio quel posto così stretto.

Kino si ricordò della prima volta che l’uomo era venuto nel suo bar. Il suo aspetto aveva immediatamente attirato l’attenzione di Kino: la sua bluastra testa rasata, l’esile corporatura a contrasto con le spalle larghe, l’arguto luccichio negli occhi, gli zigomi sporgenti e la fronte ampia. Dava l’impressione di essere sulla trentina ed indossava un lungo, grigio impermeabile, anche se non pioveva. Inizialmente, Kino lo etichettò come membro della yakuza e per questo stava sempre in guardia quando era nei suoi paraggi.
Erano le diciannove e trenta di una fredda sera di metà Aprile ed il bar era deserto. L’uomo scelse il posto all’estremità del bancone, si tolse il cappotto e, pacatamente, ordinò una birra, dopodiché si mise silenziosamente a leggere un libro piuttosto voluminoso. Dopo mezz’ora, terminata la birra, alzò la mano di qualche centimetro, facendo segno a Kino di avvicinarsi, ed ordinò un whisky. “Quale marca?” – chiese Kino. L’uomo disse di non aver alcuna preferenza.

“Un qualunque tipo di Scotch. Doppio. Aggiunga la stessa quantità d’acqua e un po’ di ghiaccio, magari”.

Kino versò un po’ di White Label in un bicchiere, aggiunse acqua in egual misura e due piccoli cubetti di ghiaccio dalla forma perfetta. L’uomo ne bevve un sorso, esaminò il bicchiere e socchiuse gli occhi. “Questo andrà bene” – affermò.

Lesse per un’altra mezz’ora, poi si alzò e pagò il conto in contanti. Tirò fuori la somma esatta in modo da non dover ricevere resto. Kino tirò un leggero sospiro di sollievo non appena l’uomo uscì dalla porta. Tuttavia, anche dopo essersene andato, la sua presenza continuava ad aleggiare nell’aria. Da dietro il bancone, Kino ogni tanto lanciava uno sguardo al posto in cui l’uomo era seduto, quasi aspettandosi di trovarlo ancora lì ad alzare la mano di qualche centimetro per ordinare qualcosa.

L’uomo iniziò a venire al bar di Kino con regolarità. Una volta, al massimo due volte a settimana. Prendeva sempre prima una birra prima, poi un whisky. A volte studiava il menù sulla lavagna ed ordinava un pasto leggero.

L’uomo raramente proferiva parola. Veniva sempre molto presto la sera, con un libro sottobraccio che poi posava sul bancone. Ogni qualvolta si stancasse di leggere (o, perlomeno, Kino pensava che fosse stufo) distoglieva lo sguardo dalla pagina e si metteva a scrutare le bottiglie degli alcolici allineate sullo scaffale davanti a lui, come ad analizzare una serie di insoliti animali impagliati provenienti da terre lontane.

Una volta che Kino s’abituò all’uomo, comunque, non si sentì più a disagio in sua presenza – anche quando erano solo loro due. Nemmeno Kino parlava granché e non trovava difficile restare in silenzio in compagnia altrui. Mentre l’uomo leggeva, Kino faceva ciò che avrebbe fatto anche se fosse stato da solo: lavava i piatti, preparava condimenti, sceglieva dischi da far suonare o sfogliava il giornale.

Kino non conosceva il nome dell’uomo. Era solo un cliente abituale che veniva al bar, si godeva una birra ed un whisky, leggeva in silenzio, pagava in contanti e se ne andava. Non disturbava mai nessuno. Cos’altro aveva bisogno di sapere su di lui, Kino?

Ai tempi dell’università Kino era un eccezionale mezzofondista, ma al terzo anno si strappò il tendine d’Achille e dovette rinunciare all’idea di unirsi ad una squadra atletica aziendale. Dopo la laurea, grazie alla raccomandazione dell’allenatore, ottenne un impiego in una compagnia che s’occupava d’attrezzature sportive e vi rimase per diciassette anni. A lavoro il suo compito era quello di convincere vari negozi di sport a mettere in stock il suo marchio di scarpe da corsa e persuadere atleti di primo piano a provarle. La compagnia, un’azienda di medio livello la cui sede era ad Okayama, era quasi sconosciuta e risentiva della mancanza di un potere economico come quello della Nike o dell’Adidas che le permettesse di stipulare contratti esclusivi coi migliori corridori del mondo. Nonostante ciò, la ditta creava scarpe artigianali di qualità destinate agli atleti migliori in circolazione, e molti di essi si fidavano ciecamente dei suoi prodotti.
“Fa’ un lavoro onesto, verrai ripagato” era il motto del fondatore della compagnia, e quell’approccio umile ed alquanto anacronistico s’addiceva al carattere di Kino. Persino un uomo taciturno e poco socievole come lui era capace di far girare le vendite. In verità, era proprio per la sua personalità che gli allenatori si fidavano di lui e che gli atleti presero per lui simpatia. Kino prestava attenzione ai bisogni di ogni corridore e s’assicurava che i responsabili di produzione avessero colto ogni dettaglio. La paga non era degna di nota, ma trovava il lavoro interessante e soddisfacente. Anche se lui non era più in grado di correre, amava guardare i corridori gareggiare in pista, in forma perfetta – da manuale.

Quando Kino si licenziò, non fu perché non era soddisfatto del lavoro ma perché scoprì che sua moglie aveva una relazione col suo miglior amico nella compagnia. Kino trascorreva più tempo in viaggio che a casa a Tokyo. Riempiva una grande sacca con campioni di scarpe e girava per i negozi sportivi del Giappone, facendo visita anche ad università locali e aziende che sponsorizzavano squadre di atletica leggera.
Sua moglie e il suo collega iniziarono ad andare a letto insieme mentre lui era via. Kino non era il tipo che riusciva facilmente a cogliere indizi. Pensava che nel suo matrimonio tutto fosse a posto, e nulla di ciò che sua moglie dicesse o facesse lo aveva mai lasciato intendere il contrario. Se non gli fosse capitato di rientrare prima del previsto da uno dei suoi viaggi di lavoro, probabilmente non avrebbe mai scoperto cosa stesse succedendo.

Quel giorno, rientrato a Tokyo, si recò subito al suo appartamento a Kasai e trovò sua moglie e il suo amico in camera, nudi e aggrovigliati nel letto in cui lui e la consorte normalmente dormivano. Sua moglie era a cavalcioni e, quando aprì la porta, Kino si trovò faccia a faccia con lei e con i suoi adorabili seni che rimbalzavano su e giù. All’epoca lui aveva trentanove anni, lei trentacinque. Non avevano figli. Kino abbassò la testa, chiuse la porta della stanza da letto, uscì dall’appartamento e non fece mai ritorno. Il giorno successivo lasciò il lavoro.

Kino aveva una zia nubile, una sorella della madre – la più anziana. Fin da quando era bambino, la zia era sempre stata buona con lui. Per molti anni aveva avuto un ragazzo più grande (“amante” forse è un termine più accurato) il quale le aveva generosamente donato una piccola casa ad Aoyama. Lei viveva al secondo piano, mentre al primo piano c’era una caffetteria da lei gestito. Sul davanti c’era un piccolo giardino con uno spettacolare salice dai rami frondosi che quasi toccavano il terreno. La casa era situata in un vicolo angusto dietro il Nezu Museum, non esattamente l’ubicazione ideale per attrarre clientela eppure sua zia aveva un talento naturale nell’attirare le persone e gli affari al caffè ebbero discreto successo.

Dopo aver compiuto sessant’anni, essendosi fatta male alla schiena, gestire il locale da sola divenne per lei sempre più difficoltoso. Decise di trasferirsi in un condominio di un resort alle Izu Kogen Highlands. “Mi chiedevo se un giorno volessi prendere in mano le redini del caffè?”, chiese a Kino. Questo accadde tre mesi prima che scoprisse della tresca di sua moglie. “Apprezzo l’offerta”, le rispose, “ma al momento sono felice dove sono.”

Dopo aver rassegnato le dimissioni a lavoro, telefonò a sua zia per domandarle se avesse già venduto il locale. Era nel listino di un’agenzia immobiliare, gli disse, ma nessuna offerta seria era ancora arrivata. “Mi piacerebbe aprirci un bar se possibile”, disse Kino. “Posso pagarti l’affitto mensilmente?

“E il tuo lavoro?”, chiese lei.

“L’ho lasciato un paio di giorni fa.”

“Tua moglie non ha avuto da ridire?”

“Probabilmente divorzieremo presto.”

Kino non spiegò la motivazione, né sua zia gliela chiese. Per un po’ ci fu silenzio all’altro capo della linea. Sua zia poi fissò un importo per la retta mensile che si rivelò molto meno oneroso di quanto Kino s’aspettasse. “Penso di potermelo permettere”, le rispose.

Lui e sua zia non avevano mai parlato più di tanto (sua madre lo aveva scoraggiato dall’avvicinarsi a lei), ma sembrava avessero sempre avuto una sorta di intesa. Lei sapeva che Kino non era il tipo di persona da rompere una promessa.

Kino usò metà dei suoi risparmi per trasformare la caffetteria in un bar. Acquistò mobili semplici e fece installare un lungo, robusto bancone. Applicò della nuova carta da parati, di un colore rilassante, portò la sua collezione di dischi da casa e riempì un’intera mensola di LP. Possedeva un impianto stereo decente – un giradischi Thorens, un amplificatore Luxman e dei piccoli altoparlanti ricetrasmettitori JBL – che aveva comprato quando era single, un acquisto piuttosto stravagante a quel tempo. Ma gli era sempre piaciuto ascoltare vecchi album di musica jazz. Era solo un hobby, che non condivideva con nessun altro che conoscesse. Durante gli anni universitari lavorava part-time come barista in un pub a Roppongi, perciò era pratico nell’arte del preparare cocktails.

Chiamò il suo bar “Kino”, non trovò un nome migliore. La prima settimana d’apertura non ebbe un singolo cliente, ma la cosa non lo turbava. Dopotutto, non aveva fatto alcuna pubblicità al locale e non aveva nemmeno messo un’insegna accattivante all’esterno. Semplicemente aspettò con pazienza che qualcuno capitasse per caso, mosso dalla curiosità, in quel piccolo bar nascosto in una viuzza secondaria. Aveva ancora un po’ dei soldi ricevuti con la liquidazione, e la mogie non aveva chiesto alcun supporto finanziario. Si era già trasferita con l’ex collega del marito e lei e Kino avevano deciso di vendere il loro appartamento a Kasai. Kino viveva al secondo piano della casa di sua zia e pareva che, per il momento, riuscisse a cavarsela.

In attesa del suo primo cliente, Kino ascoltava la musica che gli piaceva e leggeva libri che aveva sempre voluto leggere senza avere mai il tempo di farlo. Come un terreno arido che accoglie la pioggia, lasciò che la solitudine ed il silenzio s’infiltrassero dentro di lui e si richiuse in un volontario isolamento. Ascoltò molti brani di Art Tatum. In qualche modo sembravano particolarmente adatti al suo umore.

Non era sicuro del perché, ma non provava alcuna rabbia o risentimento nei confronti della moglie o dell’ex collega con cui lei ora andava a letto. Il tradimento era stato sicuramente uno shock, ma col passare del tempo maturò l’idea della sua inevitabilità, come se quello fosse stato il suo destino fin dall’inizio. Nella vita, tutto sommato, non aveva realizzato nulla – era stato totalmente improduttivo. Non riusciva a rendere felice nessun altro né, di certo, se stesso in primis. La felicità? Non era neanche sicuro di cosa fosse. Non gli era nemmeno chiaro di come ci si dovesse sentire nel provare sensazioni quali dolore, ira, delusione o rassegnazione. Il massimo che potesse fare era creare un posto in cui il suo cuore, privo adesso di alcuna profondità o peso, potesse essere tenuto a bada per evitare che vagasse senza meta. “Kino”, questo piccolo bar rintanato in una stradina poco battuta, divenne quel posto. E divenne anche, sebbene non di proposito, un posto stranamente confortevole.

A scoprire che posto accogliente fosse “Kino” non fu una persona, bensì un gatto randagio. Una giovane femmina dal pelo grigio, con una bella, lunga coda. Il gatto scelse una teca incassata in un angolo del bar e andava a rannicchiarsi lì per dormire. Kino non prestò molta attenzione al gatto, immaginando desiderasse essere lasciato in pace da solo. Una volta al giorno gli dava da mangiare e gli cambiava l’acqua nella ciotola, ma nulla di più. Costruì una gattaiola nella porta così che potesse entrare ed uscire dal bar come più gli facesse comodo.

Il gatto forse portò fortuna al bar, poiché dopo la sua apparizione iniziarono ad arrivare anche i primi clienti. Alcuni tornavano con regolarità, evidentemente apprezzavano quel piccolo bar seminascosto, col suo magnifico vecchio salice, il pacato uomo di mezza età proprietario del locale, i vecchi vinili che suonavano sul giradischi ed il gatto grigio spaparanzato in un angolo. Queste persone a volte portavano con sé nuovi avventori. Il bar era lontano dal prosperare, ma almeno fatturava abbastanza per pagare l’affitto. Per Kino questo era sufficiente.

Il giovane uomo dalla testa rasata cominciò a frequentare il bar dopo un paio di mesi dalla sua inaugurazione. Trascorsero altri due mesi prima che Kino apprese il suo nome: Kamita.

Piovigginava quel giorno, era quella pioggerellina che non ti fa capire se hai bisogno o meno dell’ombrello. C’erano solo tre clienti nel bar, Kamita e due uomini in giacca e cravatta. Erano le sette e mezza di sera. Al solito, Kamita sedeva sullo sgabello più lontano lungo il bancone, sorseggiando un White Label annacquato e leggendo. I due uomini erano seduti ad un tavolo e stavano bevendo una bottiglia di Pinot Noir. Si erano portati la bottiglia di vino e avevano chiesto a Kino se non gli fosse dispiaciuto che la bevessero lì – per il disturbo avrebbero pagato un diritto di tappo pari a cinquemila yen. Era la prima volta che gli capitava, ma Kino non aveva motivo di rifiutare. Aprì la bottiglia, e posò sul tavolo due bicchieri da vino e una ciotola con delle noccioline. Assolutamente nessun disturbo. I due uomini però fumavano molto, e ciò per Kino, che odiava il fumo di sigaretta, li rendeva meno benvenuti. Con poco altro da fare, Kino si sedette su uno sgabello e si mise ad ascoltare l’album di Coleman Hawkins contenente “Joshua Fit the Battle of Jericho”. Trovava che l’assolo di basso di Major Holley fosse stupendo.

Inizialmente, sembrava che i due uomini andassero d’amore e d’accordo, godendosi il vino. Poi però ebbero una divergenza d’opinione su questo o quell’altro argomento (Kino non aveva idea di quale fosse) e i due uomini cominciarono ad agitarsi. Ad un certo punto, uno di loro si alzò in piedi urtando il tavolo e scaraventando il posacenere ed uno dei due bicchieri al suolo. Kino accorse con una scopa, spazzò via il disastro e mise un bicchiere pulito ed un posacenere nuovo sul tavolo.

Kamita – in quel momento Kino non conosceva ancora il suo nome – era chiaramente disgustato dal comportamento dei due uomini. La sua espressione non cambiò, ma si mise a tamburellare leggermente le dita della sua mano sinistra sul bancone, come un pianista che controlla i tasti. Doveva tenere la situazione sotto controllo, pensò Kino. “Scusatemi”, disse educatamente, “ma mi domandavo se poteste abbassare un pochino la voce.”

Uno dei due lo perforò con lo sguardo e si alzò dal tavolo. Kino non se n’era accorto fino a quel momento, ma l’uomo era gigantesco. Più che la statura, era la stazza: aveva un petto possente che sembrava una botte, e delle braccia enormi – il tipo di corporatura che ci si aspetterebbe da un lottatore di sumo.

L’altro uomo era molto più basso. Magro e smunto, dallo sguardo furbastro, il classico tipo bravo ad aizzare le persone. Anche lui si sollevò con calma dal suo posto, e Kino si ritrovò faccia a faccia con entrambi. Apparentemente, i due uomini avevano deciso di usare quest’occasione per mettere fine al loro diverbio e di unirsi nel fronteggiare Kino. Erano perfettamente coordinati, come se in segreto non aspettassero altro che si palesasse una situazione simile.

“Dunque, pensi davvero di poterti intromettere così ed interromperci?”, chiese il più grande dei due, con voce bassa e dura.

I completi che indossavano sembravano costosi, ma dopo un’analisi più accurata si rivelarono pacchiani e fatti male. Non dovevano necessariamente appartenere alla yakuza, ma qualunque fosse il lavoro che svolgevano, non era chiaramente uno rispettabile. L’uomo più grande aveva i capelli a spazzola, mentre i capelli del suo compare erano tinti di castano e tirati all’indietro in una coda di cavallo. Kino si preparò all’evenienza che qualcosa di brutto potesse accadere da un momento all’altro. Iniziò a sudare copiosamente.

“Perdonatemi”, disse un’altra voce.

Kino si voltò e scoprì che Kamita era in piedi dietro di lui.

“Non accusate lo staff”, disse Kamita, indicando Kino. “Sono stato io a volere che vi invitasse ad abbassare il tono della voce. Mi rende difficile concentrarmi e non riesco a leggere il mio libro.”

La voce di Kamita era più calma, più languida del normale. Ma qualcosa di imprevisto stava bollendo in pentola.

“Non riesco a leggere il mio libro”, ripeté l’uomo più piccolo, come ad accertarsi che la frase fosse grammaticalmente corretta.

“Perché, non ce l’hai una casa?”, l’omaccione chiese a Kamita.

“Sì”, replicò Kamita, “Vivo qua vicino.”

“E allora perché non te ne vai a casa e leggi lì?”

“Mi piace leggere qua”, disse Kamita.

I due uomini si scambiarono un’occhiata.

“Passa qua il libro”, disse l’uomo più piccolo, “Te lo leggo io.”

“Preferisco leggere per i fatti miei, in tranquillità”, disse Kamita. “E mi irriterebbe se pronunciaste male anche una sola parola.”

“Che bel tipo”, disse l’uomo più grande. “Un simpaticone proprio.”

“Come ti chiami, comunque?”, domandò Codadicavallo.

“Il mio nome è Kamita”, disse. “Si scrive con i caratteri per ‘dio’ – kami – e ‘campo’: ‘campo di dio’. Ma non si legge ‘Kanda’, al contrario di quel che pensate. Si legge ‘Kamita’.”

“Me lo ricorderò”, disse l’uomo più grande.

“Buon’idea. I ricordi possono essere utili”, disse Kamita.

“Comunque, che ne dici di uscire?”, disse l’uomo più piccolo. “In questo modo, possiamo parlare più in libertà.”

“Per me va bene”, disse Kamita. “Ovunque vogliate. Ma, prima di tutto, potreste pagare il conto? Non c’è bisogno di mettere il bar nei casini.”

Kamita chiese a Kino di portare il conto e lasciò sul bancone l’importo esatto per il suo drink. Codadicavallo estrasse una banconota da diecimila yen dal suo portafogli e la gettò sul tavolo.

“Puoi tenerti il resto”, Codadicavallo disse a Kino, “E comprati dei bicchieri da vino migliori. Questo è un vino pregiato, e dei bicchieri del genere gli danno un sapore di merda.”

“Che posto da pezzenti”, disse sarcastico l’uomo più grande.

“Giusto. Un bar da due soldi con clienti da due soldi”, disse Kamita. “Non fa al caso vostro. Dev’esserci un altro locale che vi s’addica. Non che lo sappia dove sia…”

“Come sei saggio”, disse l’uomo più grande. “Mi fai ridere.”

“Ride bene chi ride ultimo”, disse Kamita.

“Non esiste che tu mi dica dove devo andare”, disse Codadicavallo, e nel farlo sì leccò i baffi, come un serpente che studia la sua prossima preda.

L’uomo più grande aprì la porta ed uscì, Codadicavallo subito dietro di lui. Forse percependo la tensione nell’aria, anche il gatto, nonostante la pioggia, saltellò fuori.

“È sicuro che sia tutto OK?”, Kino chiese a Kamita.

“Non si preoccupi”, rispose Kamita, accennando un sorriso. “Non deve fare nulla, sig. Kino, solo restare qui fermo. Tutto ciò finirà presto.”

Kamita uscì e chiuse la porta. Stava ancora piovendo, un po’ più forte di prima. Kino si sedette su uno sgabello in attesa. Fuori tutto era stranamente calmo, non sentiva alcunché. Il libro di Kamita era rimasto aperto sul bancone, come un cane ammaestrato che aspetta il suo padrone. Dopo circa dieci minuti, la porta si riaprì ed entrò Kamita, da solo.

“Le spiacerebbe prestarmi un asciugamano?”, chiese.

Kino gli passò un asciugamano pulito e Kamita ci si asciugò la testa. Poi il collo, la faccia ed infine le mani. “Grazie. È tutto a posto adesso”, disse. “Quei due non si faranno più rivedere da queste parti.”

“Cosa diavolo è successo?”

Kamita si limitò a scuotere la testa, come a dire “Meglio che non lo sappia”. Andò verso il suo posto a sedere, trangugiò quel che era rimasto del whisky e riprese la lettura nel punto in cui l’aveva interrotta.

Più tardi quella notte, dopo che Kamita se n’era andato, Kino uscì e fece un giro del circondario. Il vicolo era deserto e tranquillo. Nessun segno di lotta, nessuna traccia di sangue. Non riuscì ad immaginare cosa potesse essere accaduto. Tornò al bar nel caso in cui arrivassero altri clienti, ma quella notte non arrivò nessun altro. Nemmeno il gatto fece ritorno. Sì versò del White Label, lo mischiò con acqua in egual misura, aggiunse due cubetti di ghiaccio e lo assaggiò. Niente di speciale, come previsto. Ma quella notte sentiva di aver bisogno di un po’ di alcool nelle vene.

Circa una settimana dopo quell’accadimento, Kino andò a letto con una cliente. Era la prima donna con cui faceva sesso da quando aveva lasciato sua moglie. Aveva trent’anni, forse qualche anno di più. Non era sicuro che si potesse definire bella, ma c’era qualcosa di unico in lei, che le dava risalto.

La donna era già stata nel bar molte volte, sempre in compagnia di un uomo più o meno della stessa età che portava occhiali dalla montatura in tartaruga e che aveva un pizzetto come quello che sfoggiavano i beatnik. Aveva i capelli arruffati e non portava mai la cravatta, perciò Kino pensò che con tutta probabilità non dovesse essere il classico impiegato. La donna indossava sempre un abito attillato che rivelava la sua figura slanciata e armoniosa. Si sedevano al bancone, scambiandosi qualche parola sussurrata mentre sorseggiavano cocktails o dello sherry. Non si trattenevano mai molto a lungo. Kino immaginava bevessero un drink prima di fare l’amore. O dopo averlo fatto. Non era in grado di dire quale delle due situazioni fosse la più probabile, ma in ogni caso il modo in cui bevevano gli ricordava il sesso. Un amplesso intenso e di lunga durata. Le facce di quei due non tradivano mai alcuna emozione, specialmente quella della donna, che Kino non aveva mai visto sorridere. A volte lei gli parlava, sempre in merito alla musica che stava suonando. Le piaceva il jazz e anche lei collezionava LP. “Mio padre era solito ascoltare questo genere di musica a casa”, gli disse. “Sentirlo mi fa tornare alla mente molti ricordi”.

Dal suo tono, Kino non riuscì a capire se i ricordi riguardassero la musica o suo padre. Ma non si azzardò ad indagare oltre. In verità, Kino cercò di non intromettersi più di tanto nella vita della donna. Era chiaro che l’uomo non fosse particolarmente contento quando Kino si comportava in modo amichevole nei suoi confronti. Una volta lei e Kino ebbero una lunga conversazione – si scambiarono consigli sui migliori negozi di dischi usati a Tokyo, e sul modo migliore per prendersi cura dei vinili – e da quel momento, l’uomo continuò a lanciargli delle fredde occhiatacce. Kino solitamente stava attento a tenersi a distanza da ogni sorta di intrigo. Non c’era nulla di peggio della gelosia e dell’orgoglio, e Kino aveva avuto un po’ di brutte esperienze a causa di una o dell’altro. A volte lo colpiva il fatto che ci fosse in lui qualcosa in grado di far emergere il lato oscuro delle altre persone.

Quella notte, tuttavia, la donna venne al bar da sola. Non c’erano altri clienti, e quando lei aprì la porta la fresca aria della notte s’insinuò dentro il locale. Si sedette al bancone, ordinò un brandy e chiese a Kino di mettere su qualcosa di Billie Holiday. “Qualcosa di veramente vecchio, se possibile”. Kino posò sul giradischi un vinile della Columbia, uno con la canzone “Georgia On My Mind”. I due ascoltarono silenziosamente. “Potrebbe suonare anche l’altro lato?” chiese lei e, una volta terminato, lui esaudì la sua richiesta. Pian piano la donna arrivò a scolarsi tre brandy, ascoltando altri album – “Moonglow” di Erroll Garner e “I Can’t Get Started” di Buddy DeFranco. In un primo momento, Kino pensò che stesse aspettando che arrivasse l’uomo, ma lei non guardò l’orologio nemmeno una volta. Stava lì seduta, ascoltando la musica, persa nei suoi pensieri, sorseggiando il suo brandy.

“Il suo amico oggi non viene?”, Kino si decise a chiederle poiché l’orario di chiusura si stava avvicinando.

“Non viene. È da qualche parte, lontano ”, disse la donna. Si alzò dallo sgabello e si incamminò verso il punto in cui il gatto stava riposando. Con le punta delle dita, lo accarezzò dolcemente sulla schiena. Il gatto, imperturbato, continuò a sonnecchiare.

“Stiamo pensando di non vederci più”, disse la donna.

Kino non sapeva come rispondere, quindi non disse niente e andò avanti a sistemare dietro il bancone.

“Non so bene come dirlo”, annunciò la donna. Smise di coccolare il gatto e tornò verso il bancone, producendo un ticchettio coi tacchi a spillo. “Il nostro rapporto non è esattamente…normale”.

“Non è esattamente normale”. Kino ripeté le sue parole senza dare davvero considerare il loro significato.

Lei finì il rimasuglio di brandy nel bicchiere. “C’è qualcosa che vorrei mostrarle, sig. Kino”, disse.

Qualunque cosa fosse, Kino non voleva vederla. Poco ma sicuro. Ma non riuscì a trovare le parole per dirlo.

La donna si tolse il cardigan e lo piazzò sullo sgabello. Con entrambe le mani dietro la schiena raggiunse la zip del suo vestito e l’abbassò. Voltò la schiena verso Kino. Proprio sotto il gancetto del reggiseno bianco, egli vide, sparsi irregolarmente, dei segni che avevano un colore di carbone sbiadito, come dei lividi. Gli ricordavano le costellazioni nel cielo invernale. Una scura linea di stelle che hanno esaurito la propria energia.

La donna non disse nulla, si limitò a mostrare la schiena nuda a Kino. Come qualcuno incapace di comprendere persino il senso della domanda che gli è stata posta, Kino si limitò a guardare quei segni. Infine, lei si risollevò la zip e si girò nuovamente per trovarsi faccia a faccia con lui. Si rimise il cardigan e si sistemò i capelli.

“Sono bruciature di sigaretta”, disse semplicemente.

A Kino mancarono le parole. Ma qualcosa da dire l’aveva. “Chi le ha fatto questo?”, chiese con una voce secca.

La donna non replicò, e Kino si rese conto che tutto sommato non sperava in una risposta.

“Li ho anche in altri posti”, lei aggiunse finalmente, con voce flebile. “Posti…che è un po’ difficile mostrare”.

Kino aveva sentito fin dall’inizio che c’era qualcosa in quella donna che andava fuori dall’ordinario. Qualcosa aveva innescato una reazione istintiva che lo metteva in guardia dal rimanere invischiato con lei. Era sostanzialmente una persona curiosa. Se davvero avesse sentito la necessità di andare a letto con una donna, avrebbe sempre potuto farlo con una professionista. E in fin dei conti non era neppure attratto da questa donna.

Ma quella notte lei aveva disperatamente bisogno di un uomo con cui far l’amore, e sembrava che lui fosse quello giusto. Gli occhi di lei erano senza profondità, le pupille stranamente dilatate, ma in essi v’era un deciso bagliore che non avrebbe tollerato alcuna resistenza. Kino non ebbe la forza di opporsi.

Chiuse a chiave il bar, ed entrambi s’avviarono al piano di sopra. Una volta in camera da letto, la donna si tolse in fretta il vestito, si spogliò della biancheria intima e gli mostrò quei posti che era un po’ difficile mostrare. Inizialmente, Kino non poté fare a meno di distogliere lo sguardo ma la curiosità era troppa. Non riusciva a capire, non voleva capire la mente di un uomo in grado di fare qualcosa di così crudele o quella di una donna che volontariamente lo sopportava. Era uno scenario disumano che proveniva da un pianeta arido e lontano anni luce da quello su cui Kino viveva.

La donna gli prese una mano e la guidò verso le cicatrici, facendogliene toccare una per volta. C’erano delle cicatrici sui suoi seni, e vicino alla sua vagina. Tracciò quei segni scuri e protuberanti, come se stesse usando una matita per unire i puntini. I segni sembravano formare una figura che gli ricordava qualcosa, ma non riusciva a capire cosa.

Fecero sesso sul tatami. Non scambiarono alcuna parola, non ci furono preliminari, nemmeno il tempo di spegnere la luce o stendere il futon. La donna gli cacciò la lingua in gola, le unghie affondate nella schiena di lui. Sotto la luce, come due animali affamati, divorarono la carne che entrambi avevano ardentemente desiderato. Quando l’alba fece capolino, strisciarono verso il futon e si misero a dormire, trascinati nell’oscurità.

Kino si svegliò poco prima di mezzogiorno per scoprire che la donna se n’era andata. Pensò che fosse stato solo un sogno molto realistico, ma ovviamente non era stato un sogno. La sua schiena era segnata da graffi, le sue braccia da morsi e il suo pene contorto in un lieve indolenzimento. Parecchi lunghi capelli neri erano sparsi sul suo cuscino bianco, e le lenzuola erano impregnate di un forte odore che non aveva mai sentito.

La donna venne al bar diverse volte successivamente, sempre accompagnata dall’uomo col pizzetto. Si sedevano al bancone, chiacchieravano in tono sommesso mentre sorseggiavano un cocktail o due, e infine se ne andavano. La donna a volte scambiava qualche parola con Kino, principalmente discutevano di musica. Il tono di lei era uguale a quello di un tempo, come se non avesse memoria di ciò che era accaduto tra loro quella notte. Tuttavia, Kino continuava a rilevare un barlume di desiderio nei suoi occhi, come una fioca luce al fondo di una un tunnel sotterraneo. Ne era certo. E riportava tutto alla mente con chiarezza – le sue unghie infilzate nella schiena come un pugnale, il prurito al pene, la sua lunga lingua serpeggiante, l’odore sulle lenzuola.

Mentre lui e la donna parlavano, l’uomo col pizzetto osservava attentamente l’espressione ed il comportamento di Kino. Kino percepì che la coppia era intrecciata in qualcosa di viscido, come se ci fosse un impenetrabile segreto che solo loro due condividevano.

Alla fine dell’estate, la procedura per il divorzio di Kino fu finalizzata e lui e sua moglie s’incontrarono nel suo bar un pomeriggio, prima che aprisse, per discutere di alcuni ultimi affari.

Le questioni legali vennero risolte velocemente ed entrambi firmarono i documenti necessari. La moglie di Kino indossava un nuovo abito blu, e aveva tagliato i capelli corti. Appariva più in forma e più spensierata di come l’avesse mai vista. Aveva iniziato una nuova, sicuramente più soddisfacente vita. Diede un’occhiata al bar. “Che posto meraviglioso”, disse. “Tranquillo, pulito e calmo – proprio da te.” Seguì un breve silenzio.
“Ma non c’è niente qui che impressioni davvero”: queste le parole che Kino immaginava lei volesse dire.

“Gradiresti qualcosa da bere?”, le chiese.

“Un po’ di vino rosso, se ne hai.”

Kino tirò fuori due bicchieri da vino e versò un po’ di Napa Zinfandel. Bevettero in silenzio. Non avrebbero brindato al loro divorzio. Il gatto zampettò verso di loro e, inaspettatamente, balzò sul grembo di Kino.
Kino lo accarezzò dietro le orecchie.

“Ti devo delle scuse”, disse sua moglie infine.

“Per cosa?”, chiese Kino.

“Per averti ferito”, disse. “Ti ho ferito un po’, no?”

“Suppongo di sì”, disse Kino, dopo averci riflettuto sopra. “Sono umano, dopotutto. Mi hai ferito. Ma se tanto o poco non saprei dire.”

“Volevo vederti e dirti che mi dispiace.”

Kino annuì. “Ti sei scusata, e ho accettato le tue scuse. Non pensarci più.”

“Volevo dirti cosa stesse succedendo, ma proprio non riuscivo a trovare le parole.”

“Non saremmo comunque arrivati a questo punto?”

“Immagino di sì”, disse sua moglie.

Kino bevve un sorso di vino.

“Non è colpa di nessuno”, disse. “Non sarei dovuto rientrare a casa un giorno prima del previsto. Oppure avrei dovuto avvertirti che stavo tornando. In questo modo non avremmo dovuto affrontare tutto questo.”

Sua moglie non disse nulla.

“Quando hai iniziato a vedere quel tipo?”, domandò Kino.

“Non credo sia il caso di entrare nei particolari.”

“Meglio ch’io non sappia, vuoi dire? Forse hai ragione”, ammise Kino. Continuò a coccolare il gatto, il quale faceva le fusa sonoramente. Un’altra prima volta.

“Forse non ho il diritto di dirlo”, disse sua moglie, “ma penso che ti farebbe bene dimenticare quel che è successo e trovarti qualcun altro”.

“Forse”, disse Kino.

“So che dev’esserci una donna che fa per te là fuori. Non dovrebbe essere così difficile trovarla. Non sono stata in grado di essere per te quella persona, e ho fatto una cosa terribile. Mi sento male per questo. Ma c’era qualcosa di sbagliato tra di noi fin dal principio, come se avessimo fatto le tappe al contrario. Penso saresti capace di avere una vita più normale, più felice.”

Le tappe al contrario, pensò Kino.

Guardò il nuovo vestito che indossava. Erano seduti l’uno di fronte all’altra, perciò non era in grado di dire se dietro l’abito avesse una zip o dei bottoni. Ma non riusciva a smettere di pensare a cosa avrebbe visto se quell’abito glielo avesse sfilato, cerniera o bottoni che fossero. Quel corpo ormai non era più suo, perciò non poteva far altro che immaginarlo. Chiudendo gli occhi, vedeva innumerabili bruciature color marrone scuro brulicare sulla sua schiena di un bianco puro, come un nugolo di vermi. Scosse la testa per scacciare quell’immagine e sua moglie sembrò mal interpretare quel gesto.

Pose delicatamente la mano sopra quella di lui. “Mi dispiace”, disse. “Sono davvero desolata”.

Arrivò l’autunno, e il gatto scomparve. Kino ci mise alcuni giorni per realizzare che era sparito. Questo gatto, ancora senza nome, veniva al bar quando voleva e a volte non tornava per un po’, quindi se Kino non lo vedeva per una settimana, o anche dieci giorni, non si preoccupava comunque più di tanto. Era affezionato al gatto, e quest’ultimo sembrava fidarsi di lui. Lo considerava anche come un portafortuna per il bar. Aveva la netta impressione che finché il gatto avrebbe continuato a dormire lì in un angolo, nulla di brutto sarebbe potuto accadere. Ma erano trascorse due settimane senza che si facesse vivo, e Kino iniziava ad inquietarsi. Dopo tre settimane, l’istinto gli lasciò intendere che il gatto non sarebbe più tornato.

Più o meno quando il gatto scomparve, Kino iniziò ad avvistare dei serpenti fuori dall’edificio. Il primo che vide era lungo, marrone chiaro. Stava all’ombra del salice nel cortile davanti al bar, e strisciava qua e là con calma. Kino aveva una busta della spesa in una mano, e con l’altra stava aprendo la porta del locale quando se ne accorse. Era raro vedere un serpente in centro a Tokyo. Il fatto lo colse di sorpresa, ma non lo turbò particolarmente. Dietro il suo palazzo c’era il Nezu Museum, coi suoi vasti giardini. Non era poi così inconcepibile che un serpente potesse vivere lì.

Due giorni dopo, però, mentre apriva la porta poco prima di mezzogiorno per recuperare il giornale, vide un serpente diverso nello stesso punto. Questo era bluastro, più piccolo dell’altro e sembrava più viscido. Quando il serpente vide Kino, si fermò, sollevò leggermente la testa e lo fissò – come se lo conoscesse. Kino esitò, incerto sul da farsi, e il serpente riabbassò lentamente la testa per poi svanire nell’ombra. L’episodio fece venire i brividi a Kino.

Tre giorni dopo, scorse il terzo serpente. Anche questo si trovava sotto il salice, in cortile. Era decisamente più piccolo dei due precedenti, e nerastro. Kino non sapeva nulla di serpenti, ma questo gli diede l’impressione di essere il più pericoloso. In qualche modo sembrava anche velenoso. Nell’istante in cui percepì la sua presenza, l’animale scivolò via nell’erba. Tre serpenti nel giro di una settimana, volente o nolente, erano troppi. Qualcosa di strano stava succedendo.

Kino telefonò a sua zia ad Izu. Dopo averla aggiornata su come andavano le cose nel quartiere, le chiese se avesse mai visto dei serpenti nei pressi della sua casa ad Aoyama.

“Serpenti?”, disse, sorpresa, ad alta voce la zia. “Ho vissuto lì a lungo, ma non ricordo di aver mai visto serpenti. Mi domando se possano essere un’avvisaglia per un terremoto o qualcosa di simile. Gli animali percepiscono l’arrivo delle catastrofi naturali ed iniziano a comportarsi in modo bizzarro.”

“Se è così, allora forse sarebbe meglio che facessi scorta di cibo in caso d’emergenza”, disse Kino.

“Potrebbe essere una buona idea. Un giorno Tokyo verrà colpita da un potente sisma.”

“Ma i serpenti sono davvero così sensibili ai terremoti?”

“Non so a cosa siano sensibili”, disse la zia. “Ma i serpenti sono creature intelligenti. Nelle antiche leggende, spesso fanno da guida alle persone. Solo che quando un serpente ti conduce da qualche parte, non sai se ti stia portando su una buona o una cattiva strada. Nella maggior parte dei casi è un insieme di bene e male.”

“È ambiguo insomma”, disse Kino.

“Esatto. I serpenti sono essenzialmente delle creature misteriose. In queste leggende, il serpente più grande e più intelligente nasconde il proprio cuore da qualche parte al di fuori del corpo, così che non possa essere ucciso. Se vuoi uccidere quel serpente, devi recarti presso la sua tana quando lui non c’è, localizzare il suo cuore pulsante e dividerlo in due. Di certo non un compito facile.”

Come faceva sua zia a sapere tutto questo?

“L’altro giorno stavo guardando un programma sulla NHK che metteva a confronto diverse leggende nel mondo”, spiegò, “e un professore universitario stava parlando di questo. La TV a volte può rivelarsi molto utile: quando hai tempo, dovresti guardare un po’ di TV.”

Kino iniziò a sentire come se la casa fosse circondata da serpenti. Percepiva la loro quieta presenza. A mezzanotte, quando chiudeva il bar, il quartiere era tranquillo – nessun suono, salvo una sirena ogni tanto. Era talmente calmo, che poteva quasi sentire un serpente strisciare qua e là. Prese una tavola di legno e con essa inchiodò la gattaiola che aveva costruito nella porta, così che nessun serpente potesse entrare nell’edificio.

Una notte, poco prima delle dieci, apparve Kamita. Ordinò una birra, seguita dal consueto doppio White Label, e mangiò un piatto di verza ripiena. Era insolito che venisse così tardi e che si fermasse così a lungo. Occasionalmente, sollevava lo sguardo dalla lettura in cui era impegnato e fissava il muro davanti a lui, come se stesse meditando su qualcosa. L’orario di chiusura si stava avvicinando, ma lui rimase finché non fu l’ultimo cliente.

“Sig. Kino”, disse Kino piuttosto seriamente, dopo aver pagato il conto. “È davvero un peccato che si sia giunti a questo punto”.

“Giunti a questo punto?”, ripeté Kino.

“Dovrà chiudere il bar. Anche se solo temporaneamente.”

Kino fissò Kamita, non sapendo cosa rispondere. Chiudere il bar?

Kamita diede un’occhiata al bar, deserto, poi si voltò nuovamente verso Kino. “Non ha ancora afferrato il senso di ciò che le ho detto, vero?”

“No, non credo.”

“Questo bar mi piaceva davvero molto”, disse Kamita, quasi facendogli una confidenza. “Era così tranquillo, potevo leggere, e mi piaceva la musica. Fui molto felice quando aprì questo bar. Purtroppo, però, ci sono delle cose che mancano.”

“Cose che mancano?”, disse Kino. Non aveva alcuna idea di cosa potesse voler significare. Tutto quel che riusciva ad immaginare era una tazzina da tè con una piccola scheggia sul bordo.

“Quel gatto grigio non tornerà”, disse Kamita. “Almeno per il momento.”

“Perché in questo posto manca qualcosa?”

Kamita non replicò.

Kino seguì lo sguardo di Kamita, e guardò attentamente attorno al bar, ma non vide niente fuori posto. Sentì, tuttavia, che il locale era più vuoto del solito, senza vitalità né atmosfera. Qualcosa che andava oltre l’usuale sensazione che provava una volta aver chiuso il bar ed esser rimasto solo.

Kamita alzò la voce. “Sig. Kino, lei non è tipo da fare qualcosa di sbagliato intenzionalmente. Questo lo so per certo. Ma ci sono delle volte in cui non è sufficiente limitarsi a non fare nulla di sbagliato. Alcune persone sfruttano quello spazio vuoto come una sorta di scappatoia. Capisce cosa voglio dire?”

Kino, però, non capiva.

“Ci rifletta su attentamente”, disse Kamita, guardando Kino dritto negli occhi. “È una questione veramente importante, su cui vale la pena ragionare. Sebbene la risposta possa non arrivare tanto facilmente.”

“Mi sta dicendo che ho combinato un bel guaio, non perché ho fatto la cosa sbagliata ma perché non ho fatto quella giusta? Un guaio che ha a che fare col bar, o con me?”

Kamita annuì. “Può metterla così. Ma non biasimo solo lei, sig. Kino. Anch’io ho fallito,per non essermene accorto prima. Avrei dovuto prestare più attenzione. Questo era un posto confortevole non solo per me, ma per chiunque.”

“Cosa dovrei fare allora?”, chiese Kino.

“Chiuda il bar per un po’ e vada via lontano. Non c’è nient’altro che possa fare a questo punto. Ritengo sia meglio che parta prima che arrivi un’altra lunga ondata di piogge. Mi perdoni se glielo domando, ma ha abbastanza soldi per fare un lungo viaggio?”

“Immagino di poter coprire le spese per un po’ di tempo.”

“Bene. Si preoccuperà di cosa debba accadere dopo solo una volta giunto a quel momento.”

“Ma chi è lei, comunque?”

“Sono semplicemente un ragazzo che si chiama Kamita”, disse lui. “Scritto coi caratteri per kami, ‘dio’, e ta, ‘campo’; ma non letto come ‘Kanda’. Vivo qui da molto tempo.

Kino decise di buttarsi e chiese: “Sig. Kamita, ho una domanda. Ha mai visto dei serpenti aggirarsi qua attorno?”

Kamita non replicò. “Ecco ciò che deve fare. Vada via lontano, e non rimanga in un posto troppo a lungo. Ogni Lunedì e Giovedì si assicuri di mandare una cartolina. Così saprò che è tutto OK.”

“Una cartolina?”

“Una qualunque cartolina con una foto del luogo in cui si trova.”

“E a chi dovrei indirizzarla?”

“La può spedire a sua zia ad Izu. Non si firmi, né scriva alcun messaggio. Semplicemente metta l’indirizzo a cui la sta mandando. È molto importante, non se ne dimentichi.”

Kino lo guardò con stupore. “Conosce mia zia?”

Chi diavolo è quest’uomo? Kino si domandò.

“Sig. Kino, quando capirò che tutto va bene e che è tempo per lei di tornare qui mi metterò in contatto con lei. Fino ad allora, stia lontano da qui. Mi ha capito?”

Quella notte, Kino fece i bagagli per il viaggio. “Ritengo sia meglio che parta prima che arrivi un’altra lunga ondata di piogge.” L’annuncio era stato così improvviso che la sua logica gli sfuggiva. Ma le parole di Kamita avevano uno strano potere persuasivo che andava oltre ogni logicità. Kino non dubitava di lui. Ficcò alcuni vestiti e degli articoli da toilette in una borsa a tracolla di media capienza, la stessa che usava per i viaggi d’affari un tempo. L’alba stava per sopraggiungere e Kino affissò un cartello alla porta del bar: “Ci scusiamo per l’inconvenienza, ma il locale resterà chiuso per un po’.”

Via lontano, gli aveva detto Kamita. Ma di dove dovesse andare non ne aveva idea. Andare verso Nord? O verso Sud? Decise che avrebbe cominciato il viaggio ripercorrendo un tragitto che era solito fare quando vendeva scarpe da corsa. Salì su un autobus di linea e andò a Takamatsu. Avrebbe girato lo Shikoku per poi dirigersi verso il Kyushu.

Fece il check-in in un business hotel vicino alla stazione di Takamatsu e vi rimase per tre giorni. Girovagò per la città e vide alcuni film. I cinema erano deserti durante il giorno ed i film erano, senza eccezioni, soporiferi. Quando faceva buio, rientrava alla sua stanza d’albergo ed accendeva la TV. Seguì il consiglio di sua zia e guardò programmi educativi, ma non ottenne alcuna informazioni utile da essi. Il secondo giorno a Takamatsu era un Giovedì, perciò comprò una cartolina in un minimarket, vi affisse un francobollo e la spedì a sua zia. Come istruito da Kamita, scrisse solo il suo nome ed indirizzo.

“Ci rifletta su attentamente”, gli aveva detto Kamita. “È una questione veramente importante, su cui vale la pena ragionare”. Ma, per quanto seriamente ci pensasse, Kino non riusciva a capire quale fosse il problema.

Alcuni giorni dopo, Kino stava pernottando presso uno scadente business hotel vicino alla stazione di Kumamoto, nel Kyushu. Soffitto basso, letto stretto e angusto, una piccola TV, una minuscola vasca da bagno ed uno schifoso e piccolo frigorifero. Si sentiva come un gigante goffo ed impacciato. Tuttavia, a parte una visita ad un vicino minimarket, rimase chiuso fra quelle quattro mura tutto il giorno. Al minimarket comprò una fiaschetta di whisky, dell’acqua minerale e dei crackers da mangiucchiare. Stette sdraiato sul letto a leggere. Quando si stufava di leggere, guardava la TV. Quando si scocciava della TV, tornava a leggere.

Era il suo terzo giorno a Kumamoto ormai. Aveva ancora dei soldi sul conto risparmi e, se avesse voluto, avrebbe potuto soggiornare in un hotel nettamente migliore. Ma sentiva come se, in quel momento, quello fosse per lui il posto giusto. Stare in uno spazio talmente ristretto gli evitava di pensare più del necessario, e tutto ciò di cui aveva bisogno era a portata di mano. Ne fu inaspettatamente grato. Tutto quel che desiderava era un po’ di musica. Teddy Wilson, Vic Dickenson, Buck Clayton – a volte moriva dalla voglia di ascoltare il loro vecchio jazz, con la sua tecnica regolare ed affidabile e i suoi accordi diretti ed inequivocabili. Voleva sentire quella gioia pura che avevano quando si esibivano, il loro meraviglioso ottimismo. Ma la sua collezione di dischi era altrove, lontana da lui. S’immaginò il bar, tranquillo da quando l’aveva chiuso. Il vicoletto, il grande salice. La gente leggere il cartello sulla porta e andarsene. E il gatto? Se fosse tornato, avrebbe trovato chiusa la sua porticina. E i serpenti circondavano ancora l’edificio senza dare nell’occhio?

Proprio di fronte alla sua finestra, all’ottavo piano, c’era la finestra di un ufficio. Dalla mattina alla sera, osservava le persone che ci lavoravano. Non aveva alcuna idea di quale tipo di lavoro svolgessero. Uomini incravattati entravano e uscivano, mentre le donne digitavano sulle tastiere dei computer, rispondevano al telefono, archiviavano documenti. Non proprio il tipo di scena che suscita interesse. I lineamenti e gli abiti di coloro che lavoravano in quel posto erano ordinari, fin quasi banali. Kino li guardava per ore per un unico motivo: non aveva nient’altro di meglio da fare. E trovò inaspettatamente sorprendente quanto quelle persone apparissero felici a volte. Alcune di loro ogni tanto scoppiavano a ridere. Perché? Lavorare tutto il giorno in un ambiente così poco entusiasmante, facendo cose che (perlomeno agli occhi di Kino) sembravano totalmente prive di ispirazione…come potevano farlo e, nonostante ciò, sentirsi felici? Celavano forse un segreto che lui non era in grado di comprendere?

Era ora per lui di spostarsi di nuovo. “Non rimanga in un posto troppo a lungo”, gli aveva detto Kamita. Eppure, per qualche ragione, Kino non riusciva a decidersi a lasciare questo piccolo, angusto hotel a Kumamoto. Non riusciva a pensare a nessun altro posto in cui volesse andare. Il mondo era un vasto oceano senza punti di riferimento, Kino una barchetta che aveva perso la propria carta nautica e i propri ormeggi. Quando aprì la mappa del Kyushu, chiedendosi dove andare, si sentì nauseato, come se avesse il mal di mare. Si sdraiò nel letto e lesse un libro, sollevando lo sguardo di tanto in tanto per osservare le persone nell’ufficio di fronte alla sua finestra.

Era un Lunedì, perciò nel negozio di souvenir dell’albergo comprò una cartolina raffigurante il Castello di Kumamoto, scrisse l’indirizzo della zia e vi appiccicò un francobollo. Tenne la cartolina per un po’ fra le mani, fissando il castello con sguardo vacuo. Una foto stereotipata, proprio quella che ci si aspetta da una cartolina: la fortezza che torreggiava grandiosamente sullo sfondo di un cielo azzurro con delle nuvole bianche e vaporose. Per quanto continuasse a guardare la foto, Kino non riusciva a trovare alcuna connessione con il castello. Poi, impulsivamente, girò la cartolina e scrisse un messaggio a sua zia:

«Come va? Come sta la tua schiena ultimamente? Come puoi vedere, sono ancora in viaggio da solo. A volte mi sento come se fossi per metà trasparente. Come se mi si potesse vedere fin dentro gli organi, come un calamaro appena pescato. A parte quello, tutto OK. Spero di farti visita prima o poi. Kino».

Kino non aveva idea di cosa lo avesse spinto a scrivere ciò. Kamita glielo aveva severamente proibito, ma Kino non aveva potuto farne a meno. In qualche modo devo riconnettermi con la realtà, pensò, altrimenti non sarò più me stesso. Diventerò un uomo che non esiste. Così, prima che potesse cambiare idea, si affrettò a raggiungere una cassetta della posta vicino all’albergo e vi infilò la cartolina.

Si svegliò che l’orologio accanto al suo letto segnava le due e quindici. Qualcuno stava bussando alla porta. Non un colpo forte, ma un suono risoluto e compatto come quello di un abile carpentiere che batte un chiodo. Il suono fece riemergere Kino da un sonno profondo, finché non fu completamente e dolorosamente cosciente.

Kino sapeva cosa significasse quel colpo. E sapeva che avrebbe dovuto alzarsi e andare ad aprire la porta. Qualunque cosa stesse provocando quel colpo, non aveva la forza per aprire la porta dall’esterno. Doveva essere Kino stesso ad aprirla.

Fu sorpreso dal fatto che questa visita fosse esattamente ciò che aveva sperato ma, allo stesso tempo, quel che più di ogni altra cosa lo spaventava. Questa era l’ambiguità: affidarsi ad uno spazio vuoto tra due estremi. “Ti ho ferito un po’, no?”, gli aveva chiesto sua moglie. “Sono umano, dopotutto. Mi hai ferito”, le aveva risposto. Ma non era vero. Almeno in parte era una bugia. Non mi sono sentito ferito abbastanza quando avrei dovuto, riconobbe Kino. Quando avrei dovuto provare dolore, l’ho soffocato. Non volevo accettarlo e quindi ho evitato di affrontarlo. Per questo il mio cuore è così vuoto adesso. I serpenti vi si sono insidiati e ora stanno cercando di nascondervi i loro freddi cuori.

“Questo era un posto confortevole non solo per me, ma per chiunque”, aveva detto Kamita. Finalmente Kino capì cosa volesse dire.

Kino tirò su le coperte, chiuse gli occhi e si coprì le orecchie con le mani. Non guarderò, non ascolterò, si disse. Ma non riusciva a soffocare quel suono. Se anche fosse scappato dall’altra parte del mondo e si fosse riempito le orecchie d’argilla, finché fosse rimasto vivo quei colpi alla porta lo avrebbero rintracciato. Non era un battere alla porta di un hotel. Era un battere alla porta del suo cuore. Una persona non può sfuggire a quel suono.

Non era sicuro di quanto tempo fosse trascorso, ma realizzò che i colpi si erano interrotti. La stanza era quieta come l’altra faccia della luna. Tuttavia, Kino rimase sotto le coperte. Doveva restare in guardia. Quell’essere al di fuori della porta non si sarebbe arreso tanto facilmente. Non aveva fretta. La luna non era ancora visibile nel cielo. Solo le costellazioni, meno luminose del solito, puntellavano la volta celeste nell’oscurità. Il mondo appartenne, un po’ più a lungo, a quegli altri esseri. Loro avevano diversi modus operandi. Potevano ottenere ciò che volevano in ogni maniera possibile e immaginabile. Le radici dell’oscurità potevano estendersi ovunque sottoterra. Pazientemente prendendosi il tempo necessario, cercando i punti deboli, potevano spaccare anche la roccia più solida.

Infine, come Kino aveva previsto, i colpi ricominciarono. Ma stavolta provenivano da un’altra direzione. Erano più vicini di prima. Chiunque stesse battendo, si trovava proprio fuori alla finestra vicino al letto. Aggrappandosi al ripido muro dell’edificio, fino a raggiungere l’ottavo piano, picchiettava sul vetro rigato dalla pioggia.

Il battito mantenne lo stesso ritmo. Due colpi. Poi altri due. Ancora e ancora, senza fermarsi. Come il suono di un cuore che batte per un’emozione.

La tenda era tirata. Prima che s’addormentasse, aveva osservato i disegni che le gocce di pioggia formavano sul vetro. Kino poteva immaginare ciò che avrebbe visto adesso, se avesse messo la testa fuori dalle coperte. No…non riusciva ad immaginarlo. Doveva tenere a bada la capacità di immaginare qualsiasi cosa. Non doveva guardare, si disse. Per quanto fosse vuoto, era pur sempre il suo cuore. Possedeva ancora del calore umano. I ricordi, come alghe di mare aggrovigliate attorno ad una palafitta sulla spiaggia, attendevano l’alta marea in silenzio. Emozioni che, se tagliate, avrebbero sanguinato. Non posso permettere loro di vagare chissà dove senza che prima abbia compreso.

“I ricordi possono essere utili”, aveva detto Kamita. Un pensiero improvviso attraversò la mente di Kino: Kamita era in qualche modo connesso col vecchio salice di fronte a casa sua. Non riuscì esattamente ad afferrarne il senso, ma, una volta che questo pensiero si fu impadronito di lui, tutto si sistemò. Kino immaginò i rami dell’albero, ricoperti di verde, che si afflosciavano pesantemente fin quasi a toccare terra. Durante l’estate, essi procuravano al cortile un fresco rifugio sotto la loro ombra. Nei giorni di pioggia, i ramoscelli risplendevano di goccioline dorate. Nei giorni ventosi, ondeggiavano come un cuore agitato e gli uccellini svolazzavano verso di essi, cinguettando fra loro e posandosi ordinatamente sui rami più sottili giusto un attimo per poi spiccare nuovamente il volo.

Sotto le coperte, Kino, rannicchiato come un vermiciattolo, strinse forte gli occhi e pensò al salice. Una ad una immaginò tutte le sue caratteristiche – il colore, la forma, i movimenti. E pregò che arrivasse l’alba. Tutto ciò che potesse fare era attendere, pazientemente, che fuori facesse giorno e che gli uccellini si svegliassero e iniziassero la loro giornata. Tutto ciò che potesse fare era fidarsi degli uccellini, di tutti loro, con le loro ali e i loro becchi. Fino a quel momento, non avrebbe potuto permettere al suo cuore di dimenticare. Quello spazio desolato, messo sottovuoto, avrebbe fatto sì che essi vi fossero risucchiati.

Quando il salice non era sufficiente, Kino pensava all’esile gatto grigio e alla sua predilezione per le alghe grigliate. Ricordava Kamita seduto al bancone, perso nella lettura, giovani corridori che si cimentavano in estenuanti e ripetitivi addestramenti in pista, il bell’assolo di Ben Webster in “My Romance”. Ripensava alla moglie, col suo nuovo vestito blu e i capelli tagliati corti. Si augurava che stesse vivendo una vita più sana e più felice nella sua nuova casa. Senza ferite sul corpo, sperava. Si è scusata personalmente, ed ho accettato le sue scuse – pensò. Devo imparare non solo a dimenticare, ma anche a perdonare.

Tuttavia, sembrava che il tempo non stesse seguendo il proprio corso. Il desiderio, col suo maledetto peso, e il rimorso, fissato come un’ancora arrugginita, gli impedivano di fluire regolarmente. La pioggia incessante, e confuse lancette dell’orologio, gli uccellini ancora profondamente addormentati, un anonimo portalettere che smistava la posta, i bei seni della moglie che rimbalzavano violentemente nell’aria, qualcosa che s’ostinava a picchiettare sulla finestra. Un ritmo sistematico, che lo attirava sempre più a fondo in un suggestivo labirinto. Toc toc, toc toc e poi ancora… toc toc. “Non distogliere lo sguardo, osservalo con attenzione”, qualcuno gli bisbigliò in un orecchio. “Questo è l’aspetto del tuo cuore”.

I rami del salice ondeggiavano nella brezza estiva. In una piccola stanza buia, da qualche parte dentro di Kino, una mano premurosa stava arrivando in suo soccorso. Gli occhi chiusi, sentì la mano, soffice e preziosa, sulla sua. Se ne era dimenticato, ne era rimasto lontano troppo a lungo. Sì, sono ferito. Molto, molto profondamente. Queste furono le parole che disse a se stesso. E pianse.

Intanto, la pioggia non accennava a diminuire, immergendo il mondo in un gelido freddo.

(My Italian translation, from the English version as seen on the Newyorker)

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